LE INTERVISTE DEL CENTENARIO. PUNTATA 3

TI RICORDI… MASSIMO PIZZULLI?

Dodici mesi, dodici uscite dedicate ai grandi protagonisti della storia calcistica neroverde, il più che meritato e doveroso tributo ad alcuni degli attori indimenticabili che hanno scaldato le domeniche pallonare dei bitontini nell’ultimo cinquantennio, facendoci esultare per un gol, una parata, una giocata in mezzo al campo, un intervento difensivo o semplicemente perché hanno indossato la Nostra maglia davvero con lo spirito dell’indomito Leoncello

Le interviste del Centenario sarà la rubrica che vi terrà compagnia nel corso di questo 2021 che coincide con il compleanno “secolare” del Bitonto Calcio, cento anni attraversati da gioie, dolori, speranze, delusioni, vittorie esaltanti e cadute dolorosissime. Momenti caratterizzati, sempre e comunque, nel bene o nel male, da un comune denominatore: la passione sportiva di una città che non ha mai smesso di lottare e rialzarsi.

Terzo appuntamento dedicato interamente a Massimo Pizzulli, il ragazzino di origini ginosine che a Bitonto è diventato grande. Come uomo, calciatore e allenatore. Sì, perché Massimo ha esordito giovanissimo in Prima Squadra, quale elemento di spicco di una cantera neroverde che in quel periodo (fine Anni Ottanta – inizio Novanta) poteva annoverare, con orgoglio, davvero tanti elementi di valore. Per lui, il Bitonto Calcio ha rappresentato l’eccezionale trampolino di lancio per una militanza nel professionismo sempre onorata al meglio, all’interno di una carriera da calciatore non lunghissima, causa infortuni, ma assolutamente ammirevole ed esemplare.

Infine, gli esordi e l’affermazione sulle panchine di Puglia, spesso di prestigio, con partenza e passaggio lasciando il segno dalla città del suo cuore. La nostra.

In bocca al lupo, Massimo, buona lettura a tutti!

Partiamo dalla foto scelta per questa “tua” puntata de Le interviste del Centenario. Ricordi quella stagione?

“Stagione 1989-1990, Sgobba allenatore, io in Prima Squadra a diciassette anni. Non esistevano regole sugli under, di conseguenza, in qualsiasi spogliatoio la presenza dei ‘seniores’ era predominante e inserirsi in un gruppo simile per un calciatore proveniente dalle giovanili non era affatto facile. Io giocavo anche con la Juniores al sabato (capitano, ndr), ma alla fine le partite disputate con i miei coetanei non furono tante viste le continue convocazioni in Prima Squadra. Quel Campionato di Quinta Serie lo vinse alla fine la Juve Stabia, davanti al Cerignola e a noi. È difficile ricordare tutte le stagioni disputate, ma questa in particolare la ho bene a mente perché lo zoccolo duro della società era tutta bitontina, parliamo di gente come Vitale, Bufano, Memoli, Sifanno. Ritengo sia stata una delle squadre più forti, se non la più forte, in cui ho giocato e se poi sono riuscito ad impormi anche nel professionismo è stato proprio grazie a quell’annata. La mia prima, indimenticabile stagione con i ‘grandi’…”.

Il Bitonto, per te, ha rappresentato appunto il trampolino ideale verso una gran bella carriera da calciatore professionista. Rispolvera a beneficio dei nostri tifosi, soprattutto per i cosiddetti Millennials, quali sono state le tappe che ti hanno accompagnato da giovane leoncello neroverde alla B.

“Quello fu il mio primo anno in Prima Squadra, come detto. Poi ci furono altre tre stagioni in neroverde, di cui due ancora in Interregionale ed una in Eccellenza, categoria creata da pochissimo. Il secondo fu un anno molto positivo per me perché continuai a crescere molto calcisticamente, ormai da maggiorenne, avendo più continuità con mister Putignani e Ciampoli, che lo sostituì. Quest’ultimo, ex giocatore di Serie A ed allenatore abruzzese, è una persona a cui devo molto perché, in un momento difficile della stagione, decise di affidarsi a me, dandomi estrema fiducia. Eravamo in piena zona retrocessione al suo arrivo, ma riuscimmo ad infilare un’ottima serie di risultati utili consecutivi e ci fu anche un gol mio a Ruvo campo neutro, in una partita decisiva per la nostra salvezza. L’anno dopo, con mister De Gennaro in panchina, retrocedemmo a causa di una penalizzazione che riguardava proprio una mia squalifica nella stagione precedente, rimediata durante la mia ultima partita con la Juniores. In Eccellenza, con Faccilongo Presidente, arrivammo terzi. Molto deluso per quanto accaduto l’anno precedente, avevo addirittura pensato di smettere, perché ero troppo legato al Bitonto e le cose non stavano andando come sognato. La società si rifiutò di lasciarmi andare al Torino a titolo oneroso (passai anche quattro giorni in Piemonte) dopo le innumerevoli segnalazioni arrivate durante i vari raduni con la Rappresentativa Regionale, un appuntamento fisso per me… Gli allenatori mi utilizzavano tutti come esterno sinistro di centrocampo nel 4-4-2, il mio ruolo fino alla B. Poi arrivò mister Papagni, allora allenatore del Bisceglie, che mi vide proprio in occasione dei soliti incontri della Rappresentativa e mi volle fortemente in C2. Rimasi lì ben cinque stagioni e indossai anche la fascia di capitano con Papagni che tornò nel mio quinto ed ultimo anno in nerazzurro stellato. Dopo Bisceglie, dove già al primo anno, ventunenne, feci tre gol e trenta partite da titolare provenendo dall’Eccellenza, avvenne l’approdo in Serie B con doppio salto di categoria. Dopo altre trenta partite e sei gol in C2, osservato dalla Fidelis Andria anche durante qualche allenamento, Claudio Filippi, all’epoca preparatore dei portieri dei federiciani (ora alla Juve, ndr) fu uno di quelli che relazionò sul mio conto. Il DS Angelozzi volle fare con me una chiacchierata già qualche mese prima della fine della stagione, manifestandomi la sua stima. In B iniziai con Morinini (eravamo ultimi), con cui trovavo poco spazio, ma poi all’arrivo di Rumignani giocai pressoché tutto il ritorno, 17 partite, retrocedendo purtroppo all’ultima giornata causa sconfitta a Terni. Negli anni successivi, tanti infortuni ma anche tantissime partite in C”.

Una carriera nel professionismo che ti ha impedito di incrociare in gare ufficiali, da calciatore, il Bitonto. Invece da allenatore…

“Con il Bisceglie di Papagni, per sigillare il mio passaggio dal Bitonto agli adriatici, facemmo amichevole pre-campionato dove fu bello incrociare nuovamente i miei compagni dell’Eccellenza. Sono tornato a casa mia, da allenatore, con il Barletta e con il Trani, in entrambe le occasioni in Eccellenza. Nella prima occasione perdemmo 1-0 a Bitonto e fu un’annata in cui noi raggiungemmo la finale playoff e il Bitonto si salvò. Con il Trani eliminammo il Bitonto in Coppa, che poi conquistammo a Monopoli, ma perdemmo al ‘Città degli Ulivi’ in Campionato proprio nella settimana precedente la finale. Ogni volta che sono entrato in quello stadio da avversario, calpestando quel manto erboso, mi sono tremate un po’ le gambe e, sinceramente, ho raggiunto con fatica la panchina… Devo dire che sono sempre stato accolto da applausi e affetto, perché so che i tifosi bitontini hanno sempre apprezzato la mia trasparenza e il mio attaccamento a questi colori a cui ho dedicato quasi un decennio della mia vita e a cui devo tanto”.

A proposito delle tue (ormai tante) esperienze da allenatore, ti sei seduto due volte, a distanza di quasi dieci anni l’una dall’altra, sulla panchina del Leoncello. Due esperienze totalmente diverse fra loro, parlacene.

“Due esperienze molto diverse a livello di risultati conseguiti, ma ugualmente fondamentali nel mio percorso. Nel 2008-2009, Vincenzo Cariello mi chiamò per collaborare con mister Ruisi che in carriera aveva addirittura affiancato Zeman. Una formativa stagione da vice e ci salvammo ai playout, lui venne anche esonerato e io non ne fui contento, tuttavia venne richiamato poco dopo e ci salvammo. Nella stagione 2009-2010, purtroppo, sempre più evidenti e pesanti si fecero i problemi societari; non avevamo una grande disponibilità di risorse, così si decise di ripartire con un allenatore giovane e una squadra altrettanto giovane, ma battagliera, orgogliosa e pronta a sorprendere. Infatti, chiudemmo l’andata a un passo dalla zona playoff ed eravamo la vera mina vagante del girone; poi il buio, la caduta verticale. Chiudemmo in zona playout e perdemmo in casa con il Pisticci 0-1, dopo lo 0-0 in Basilicata. Vincenzo Modesto ed io, da bitontini, cercammo in ogni modo di salvare il salvabile, considerando anche i sei mesi di squalifica del nostro campo per una pietra lanciata dalla tribuna ad un assistente, durante Bitonto-Francavilla. Una stagione maledetta dove questa pesantissima squalifica si sommò ai pregressi problemi economici della società, dovendo giocare ‘in casa’ a Benevento. A dieci anni di distanza, invece, c’è stato il Campionato del record di punti in Serie D, 59, ad oggi ancora in piedi. E della famosa vittoria al San Nicola di Bari, in Coppa, che mi auguro possa rimanere nei decenni uno dei momenti di cui andare orgogliosi da tifosi neroverdi. Alla base dei grandi risultati di quell’annata (chiusura al quarto posto in classifica, ndr) ci sono stati sia un gruppo di giocatori forti, che mi hanno seguito passo passo, sia una società solida che mi ha permesso di lavorare con tranquillità, dimostrandomi fiducia e rispetto”.

Nei tuoi primi anni da giovane calciatore chi sono state le guide calcistiche e spirituali fondamentali per affermarti subito fra i “grandi”?

“Oltre alla mia famiglia, sono stati fondamentali per me Gianfranco Cannone, il mio primo capitano, Giorgio Di Bari, venuto a mancare troppo presto e che è stato riconosciuto da tutto l’ambiente del Calcio pugliese grande uomo e capitano ideale. A livello giovanile, indubbiamente Antonio Sblendorio, mentre nel professionismo Aldo Papagni e Giorgio Rumignani. Ricordo, infine, anche Riccardo Di Bari (sempre un buon consiglio per me, al mio primo anno in C) e Ciccio Tudisco, una guida dentro e fuori dal campo, in Serie B”.

A proposito di famiglia, non tutti sanno che il tuo sangue non è 100% bitontino, essendo nato a Ginosa. Puoi spiegare come mai sei un biton-ginosino?

“Sono nato lì perché mio padre era di Ginosa e mia madre è di Ginosa Marina, infatti non ho antenati bitontini, ma in compenso lo siamo io e tutti i miei fratelli, figli, nipoti, mia moglie, eccetera. Papà, per motivi lavorativi legati ai caselli della rete autostradale, ebbe all’epoca assegnazione alla Direzione di Bari – Casello di Bitonto e quindi si trasferirono qui. Poi arrivarono ben cinque figli, due donne e tre maschietti che appunto sono tutti nati e cresciuti qui. Ecco perché siamo e ci sentiamo assolutamente bitontini a tutti gli effetti, a Ginosa Marina ci torno solo per andare al mare”.

Una stirpe, quella dei Pizzulli, letteralmente “drogata” di Calcio, tra fratelli, figlio e nipoti…

“Tutti e tre i fratelli Pizzulli hanno iniziato a giocare a pallone nelle società giovanili bitontine; il maggiore, Vito, era un ottimo centrocampista centrale, il minore, Marco, si è fatto rispettare nello stesso ruolo e in passato ha anche collaborato come dirigente con il Bitonto Calcio. Mio figlio Luca, classe 2009, il caso vuole abbia la predisposizione a fare il centrocampista centrale come i due zii e mio nipote Domenico del 2001 – da non credere, centrale di centrocampo anche lui! – è arrivato ad assaporare l’Eccellenza. L’altro figlio di Vito, Rossano, del 2005, gioca a centrocampo nell’Olimpia Bitonto. In pratica solo io nasco esterno!”.

I calciatori più forti che hai allenato negli anni bitontini.

“Da vice, ho avuto la fortuna di ‘studiare’ due giocatori che avrebbero potuto fare anche più di quello già fatto in carriera, cioè Saveriano Infantino (ora alla Carrarese, ndr) e un bitontino DOC che io reputo tutt’ora un talento clamoroso, vale dire Angelo Logrieco. Da primo allenatore, a Bitonto, Modesto e Cantatore sono stati due miei fidi guerrieri, capaci anche di buttarsi nel fuoco assieme a me per ovviare a tutte le difficoltà logistiche e gestionali del momento. In riferimento all’esperienza di tre anni fa, voglio menzionare, per quanto fatto sul campo, in una stagione memorabile: Figliola, Biason e Patierno. Figliola per le sue prodezze tra i pali e la crescita esponenziale avuta in quella stagione; Biason si è dimostrato un leader in mezzo a campo e professionista impeccabile, esemplare; infine Patierno, un calciatore a mio modo di vedere che unisce i movimenti dell’attaccante moderno alle caratteristiche tipiche del centravanti vecchio stampo, non a caso è stato spesso associato a società ambiziose di categorie superiori”.

Tu hai vissuto il passaggio dagli Anni Novanta al Terzo Millennio, sia come atleta sia da allenatore. Ora che hai una visione calcistica più completa e “tecnica”, come si potrebbero sintetizzare i cambiamenti del Pallone dello Stivale negli ultimi trent’anni?

“Il Calcio di qualche anno fa sicuramente era meno ‘didattico’ e più pratico di ora. Adesso studi la tua e la squadra avversaria tutti i giorni, qualche anno fa interessava più la tua e non si lavorava così tanto sulla tattica come adesso; ci sono anche i video esplorativi sempre pronti per l’uso, prima si usava la lavagna… A livello strettamente tecnico-tattico, è evidente come con il tempo si siano sviluppati tanti nuovi moduli ispirati dagli ‘universali’ 4-4-2 e 5-3-2. Probabilmente, la tecnica individuale era più sopraffina e pura prima, perché si lavorava sui fondamentali molto di più, ora si dedica molto tempo settimanale ai lavori collettivi in campo, di possesso, sui movimenti senza palla e con la squadra schierata in 11 vs 0. C’è sicuramente più intensità e meno ‘impatto’ nel Calcio moderno, si punta più sull’attenzione a zona che sull’uomo…”.

Da Uomo di Sport riconosciuto per professionalità ed equilibrio, al di là di come possono essere andate le vicende tra il Massimo Pizzulli allenatore e il Bitonto Calcio, dicci sinceramente: con questa proprietà e, magari, con una costante e simbiotica collaborazione fra Società e Amministrazione, la nostra città può sognare un professionismo fatto per bene e con lungimiranza?

“Da tifoso, posso dire che Bitonto calcistica ha tutto adesso per fare professionismo. Per la base impiantistica, potendo contare su due strutture potenziali da fare invidia a tante altre realità del circondario; ma anche per l’entusiasmo della tifoseria, che finalmente meriterebbe, per maturità acquisita, il grande salto. Da uomo di sport ormai prossimo ai 50 anni, invece, penso che se ci sarà sempre disponibilità verso un proficuo dialogo tra le varie parti in ballo, si potrà arrivare agli stessi obiettivi che farebbero piacere a tutti, ma accettando pure quelli che sono talvolta i tempi (lunghi) della burocrazia. Leggo che spesso si arriva a delle fratture nei rapporti tra i protagonisti del calcio locale e mi dispiaccio molto di questo. Non serve fare guerre inutili che non aiutano a crescere, ognuno deve rispettare il lavoro e gli investimenti dell’altro. Per esperienza personale, anche quest’anno a Martina Franca, sto realizzando che il feeling tra società sportive e Amministrazione cittadina porta sempre ottimi frutti”.